1897: da un’intuizione profetica nasce a Friburgo un servizio per le giovani di ogni nazionalità
Nasce il 19 agosto 1897 a Friburgo, in Svizzera, con il nome di “Association Catholique Internationale de Services pour la Jeunesse Feminine (ACISJF), in un’epoca in cui la prospettiva mondiale non è ancora presente nelle istituzioni di assistenza.
Con intuizione profetica, si vuole abbracciare il mondo intero con un’organizzazione che consenta alle giovani, che lasciano il loro paese, di non trovarsi isolate e senza appoggi in un luogo straniero.
Papa Leone XIII approva l’Associazione e la sua scelta di porsi sotto la protezione di Nostra Signora del Buon Consiglio e l’autorizza a prendere come emblema i colori pontificali, il giallo e il bianco, che tuttora conserva. L’Associazione, dopo aver attraversato guerre, sconvolgimenti economici e sociali, ristrettezze e difficoltà di ogni genere rimanendo sempre accanto alle giovani, si appresta ora ad affrontare un nuovo secolo di vita.
1902: a Torino nasce la “Protezione della Giovane” strumento di tutela contro la “tratta delle bianche”
Il 22 febbraio del 1902 nasce in Italia l’Associazione Cattolica delle opere per la Protezione della Giovane.
Ideatore ed iniziatore dell’opera è il prof. Rodolfo Bettazzi, professore di matematica all’Accademia di Torino e Fondatore nonché Presidente della Lega per la moralità, il quale aveva tenuto, a Torino, una conferenza sulla triste e vergognosa tratta delle bianche. Anche sua Em. il Card. Richelmy, che presiede la prima adunanza, sostiene la necessità di promuovere un’attività organizzata per tutelare le giovani, costrette per varie ragioni ad abbandonare la propria famiglia e ad avventurarsi in viaggi e permanenze in città sconosciute.
L’Associazione Cattolica Italiana per la Protezione della Giovane chiede di essere aggregata all’Associazione Internazionale, nata cinque anni prima a Friburgo, e ne adotta lo Statuto al quale vengono apportate le modifiche che possono renderlo più adatto all’ambiente italiano.
Con grande modernità, si chiarisce fin dall’inizio che l’Associazione è cattolica in quanto cattoliche devono essere le signore che la compongono, mentre le ragazze che essa assiste possono essere di qualsiasi religione. Associazione cattolica, quindi, per lo spirito evangelico che deve animarne la vita e per lo stile di accoglienza e di rispetto della libertà che deve caratterizzare il rapporto con le giovani.
Tre mesi dopo … a Cuneo
Il 28 maggio 1902 ha vita il Comitato di Cuneo per volontà di S. Ecc. Mons. Andrea Fiore, Vescovo della diocesi, il quale ha invitato ad istituirlo il prof. Bettazzi, assicurando tutto il suo appoggio.
Per dare vita, sviluppo e continuità all’opera, il Vescovo la consegna alla Congregazione delle Suore di San Giuseppe affinché ne assumano la direzione morale ed economica. All’inizio l’Associazione si occupa del collocamento per giovani e donne di servizio e del Segretariato del Popolo.
Nel 1905 il prof. Bettazzi visita il Comitato per stimolare l’incipiente istituzione a maggior fervore e per incoraggiarla a cercare di disporre almeno di una camera ospizio per le giovani di passaggio. Egli raccomanda alle “signore” di considerare l’opera come loro propria mantenendone la fisionomia laica. Le signore fissano dei turni di presenza e si mettono a disposizione per il disbrigo delle pratiche legate alle richieste di collocamento. Poiché crescono le richieste la cui risposta non può essere limitata agli orari predisposti, tutto torna nelle mani delle suore: suor Giuliana Martini è la direttrice. Il Vescovo talvolta presiede le riunioni stimolando l’impegno soprattutto in favore delle giovinette delle valli di Cuneo, molte delle quali sono costrette ad emigrare nella vicina Francia ove sono esposte a mille insidie e pericoli. In una delle sedute di comitato, il Vescovo annuncia che la superiora generale delle Suore di S. Giuseppe, rendendosi conto della necessità di un ospizio, già evidenziata dal prof. Bettazzi, destina a quest’uso una cameretta dell’Istituto “Protette di San Giuseppe” la cui sede viene, non molto tempo dopo, trasferita in via Lorenzo Bertano 19.
La prima guerra mondiale e il fascismo
Gli anni compresi tra il 1908 e il 1920 sono caratterizzati da vita povera, da stenti, da un intenso lavoro «allo scopo di proteggere la giovane dappertutto dove si trovi sola, bisognosa e indifesa» (Statuto del Comitato di Cuneo, 1913). Si rivolgono all’Associazione circa 200 giovani l’anno, mandate dai parroci, condotte dalla polizia ferroviaria e dalla questura, raccolte dalle strade, sottratte a situazioni pericolose.
«Le giovani emigranti che si rivolgono al Comitato vengono provviste di tessera che le rende conosciute e protette lungo il viaggio e nel paese dove si dirigono; il Comitato, se avvertito, manda persone alla stazione ad aiutare le giovani inesperte e sole; alloggia nell’Ospizio le giovani di passaggio in questa Città che poi segnala e raccomanda ai Comitati delle Città dove devono passare e alle quali si dirigono» (Statuto del Comitato di Cuneo, 1913).
In ogni situazione, si cerca di dare consigli, appoggio, impiego temporaneo nell’ospizio, in altri istituti o presso famiglie fidate.
Sono anche gli anni della guerra durante i quali l’Associazione si dedica alle donne i cui mariti sono partiti per il fronte.
Durante il fascismo, quando le leggi si fanno esplicitamente avverse alle donne, l’opera continua la sua attività anche se il suo nome deve cambiare in ottemperanza alle richieste del Governo: si chiama ora “Associazione Nazionale”. Perde soltanto esteriormente, conservandolo tuttavia nelle sue intenzioni, il carattere di internazionalità.
Intorno agli anni 1927-1930 l’Ospizio, che diventa anche ricovero notturno “Cordero”, viene ampliato e accoglie anche il refettorio materno infantile. Nel luglio del 1927 si affitta un alloggetto in via Asilo, angolo via Garibaldi, la cui direzione viene affidata a due suore Giuseppine. L’alloggetto consta di 9 letti e una cucina. I pasti caldi inizialmente provengono dalla Casa Madre delle suore Giuseppine.
Nel 1931, constatato che le 6 camerette dell’Ospizio diventano di giorno in giorno più anguste, si fa istanza di poter occupare un alloggio del palazzo Lattes, tra via Bonelli e via Barbaroux, di proprietà municipale, in cui si potrà disporre di 11 camere. Si inizia anche un servizio di Asilo nido.
Nel 1935, dovendo il Comune ristrutturare la casa Lattes per adattarla a Scuola Professionale, si affitta un alloggio di 11 camere in via S. Sebastiano 7, mentre all’asilo nido e al refettorio materno provvede l’ONMI.
Nel 1937 si prospetta, finalmente, la possibilità di comprare una casa sita in via Bersezio 27 e 29. Si deve fare un prestito, il vescovo esita: la Protezione della giovane infatti non è Ente giuridico. C’è l’eredità di £. 3.000 della sig.ra Margherita Armitano Unia, già Presidente del Comitato. Il Card. Boetto S.J., visita l’Istituto S. Giuseppe di Final Marina, di proprietà delle Suore Giuseppine. Consiglia di vendere questa Casa e di prestarsi perché il Comitato di Protezione della Giovane possa comprare una casa intestata alla società immobiliaria Assistenza Minorenni (SIAM); qualora la società si sciogliesse, la Casa passerebbe alla Congregazione di S. Giuseppe. Così il 10 novembre 1937 si fa l’Atto di compra tramite la SIAM (questa si scioglierà nel 1942 e donerà la Casa alla Congregazione delle Suore di S. Giuseppe).
Nel 1972 la Congregazione delle Suore di San Giuseppe effettuerà la donazione dell’immobile all’Associazione Cattolica Internazionale al Servizio della Giovane – Ente Morale legalmente riconosciuta nel 1961 con sede in Roma. L’Ente concederà l’immobile in comodato gratuito al Comitato di Gestione di Cuneo.
Abbiamo una casa!
Nel 1938 si prende possesso della casa. Il sogno di tanti anni fa si fa realtà. «Ci siamo fatte mendicanti per raccogliere denaro e pagarla .. recita un verbale di riunione di quell’epoca.
Avere una casa significa molto per chi opera con le giovani e per le per le giovani stesse: una casa è un punto di riferimento stabile, rappresenta la possibilità concreta di poter accogliere un maggior numero di ragazzee, di creare un ambiente caldo simile a quello di una famiglia, un “nido” per chi è privo del calore degli affetti. «Piccola è la casa e modesta, ma è nostra e in questo piccolo aggettivo possessivo è la sorgente della nostra gioia-si legge ancora nel verbale-nostra, e quindi adattabile alle nostre esigenze e sono molte; nostra e per di più inondata d’aria, di luce, di sole,di cui le nostre figliole potranno saziarsi nel ridente spazio aperto».
Si prende possesso della casa anche con il generoso aiuto del Ministero degli Interni, cui era stata inoltrata domanda di sussidio, al quale si aggiungono l’elevata somma di £. 4.000 annue elargita generosamente dal comune di Cuneo e altri aiuti pervenuti dal Comitato nazionale e da buone famiglie. Continua il verbale: «Ci fece immensamente piacere il denaro, non lo neghiamo; ma molto più grande fu la compiacenza dell’animo nostro al vedere che il nostro lavoro ( … ) abbia potuto incontrare tanto alto riconoscimento».
Nel 1940 viene costruita la Cappella, dedicata alla Madonna del Buon Consiglio, che verrà benedetta l’8 gennaio 1944 da sua Ecc. Mons. Giacomo Rosso e nella quale, l’11 novembre, verrà celebrata la prima Messa. Essa diventa il cuore della Casa e, per le giovani che arrivano da lontano, costituisce la certezza che il Signore è veramente in ogni luogo e le segue con la sua tenerezza.
Sono gli anni della guerra in cui le notti di ricovero di giovani di passaggio non si contano: 7.033 nel 1939, 10.685 nel 1940, 11.900 nel 1941, così come non si contano le giovani ospitate: 649 nel 1939, 712 nel 1940, 972 nel 1941; affollatissima la Casa nel 1942. Vengono accolte in modo particolare, provvedendo all’ospitalità anche con letti di fortuna, giovani profughe sfollate dalla terra di confine con la Francia.
Finita la guerra, caduto il governo contrario all’internazionalità, si ritorna all’antica intestazione dell’Opera: Associazione Cattolica Internazionale.
Negli anni successivi, grazie a lavori di ristrutturazione, la Casa assume un aspetto di sobria eleganza e modernità; nel 1960 poi, cambiando il piano regolatore della città, essa viene sopraelevata di un piano e mezzo: la capienza passa da 30 a 50 posti consentendo un’accoglienza più ampia e una disponibilità più aperta. Attualmente la Casa, in ossequio alle norme di igiene e di sicurezza, ospita venti ragazze.
Il servizio in stazione
La stazione: il luogo in cui chi è atteso vive momenti di gioia e di incontro mentre chi è solo, soprattutto se viene da lontano e non conosce nessuno nel paese in cui arriva, prova sensazioni di tristezza, di smarrimento, talora di paura. Proprio nella stazione, il luogo della folla anonima e dell’andirivieni frenetico, l’Associazione apre, negli anni 60, un servizio a mezzo di un cartello indicativo con la sua denominazione: ACISJF (associazione cattolica internazionale a servizio delle giovani donne). Il cartello porta l’indirizzo della Casa e diventa un faro luminoso per le giovani che giungono da lontano.
Scelta di orientamento nella dedizione
Nel 1973 si decide di accogliere nella Casa, che nel frattempo ha preso il nome di “Casa della Giovane” lasciando quello di “Protezione” meno adatto ai tempi e alla condizione femminile di questo periodo, solo ragazze lavoratrici, non più studentesse, con la preferenza per le più giovani e per coloro che si trovano in modeste condizioni economiche. Il Comitato prende questa decisione per definire e delimitare il campo di azione alle giovani che possono trovarsi in autentica difficoltà, delegando ad altre istituzioni l’ospitalità alle studentesse, che in genere, presentano minori problemi.
Novità organizzative
L’evoluzione della condizione giovanile e i cambiamenti dello stile di vita inducono a riflettere su nuove modalità di convivenza: cambiano così l’organizzazione della vita delle giovani e la struttura interna della Casa. Prevedendo le opportune modifiche dei locali, nel 1977 si avvia, infatti, la sperimentazione di gruppi autonomi, di piccole comunità alloggio che si autogestiscono. Una casa nella casa, quindi. Il sapore della libertà e dell’esercizio delle responsabilità all’interno di una comunità che guida e protegge.
La vita di gruppo e l’assunzione degli impegni legati alla quotidianità, consentonalle giovani di definire meglio la loro personalità attraverso confronti e verifiche incessanti: da questo momento esse, nella comunità, non si percepiscono più come elementi passivi ma si sentono soggetti attivi capaci di apportare il loro contributo nella partecipazione e nella creatività.
Autentica internazionalità
Nel 1992, la Casa della Giovane, fedele alla logica del suo programma iniziale, si apre ulteriormente a giovani provenienti da tutto il mondo che approdano in via Bersezio animando la Casa di visi di ogni colore e di lingue di ogni Paese. Si tratta di ragazze che, in un periodo di grandi esodi a livello mondiale, hanno lasciato la loro terra d’origine alla ricerca di un lavoro dignitoso che possa alleviare le difficoltà delle loro famiglie. Per loro la casa rappresenta la possibilità di ambientarsi a Cuneo e l’opportunità insostituibile di condividere la vita con altre ragazze che vivono la loro stessa situazione.